Vivere in salute si può. “Ferrara, città della prevenzione” insegna come si fa

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Smiltena : Shutterstock.com

Quanto contano le scelte quotidiane in una vita ricca e in salute? A quanto pare, molto. Una dieta povera di nutrienti, ad esempio, satura di grassi cattivi, come anche l’inattività fisica e un indice di massa corporea troppo elevato non possono che remare contro; mentre, moto e parsimonia a tavola, concorrono a spianarci la strada. Lo sanno bene gli studiosi dell’Università di Ferrara che hanno fatto squadra in un’inziativa che fa, della città estense, la culla della prevenzione. ‘Ferrara città della prevenzione’ è infatti il nome del progetto pilota che, se replicato anche altrove, ha tutte le caratteristiche per dare grande beneficio alla popolazione.

L’obiettivo è quello di insegnare stili di vita sani fatti di corretta alimentazione, attività fisica e consapevolezza che i luoghi in cui viviamo – edifici, piazze, spazi di socializzazione – concorrono alla cura del benessere. In più, alle persone coinvolte è stato calcolato il Rischio Cardiovascolare. Con una breve visita medica di circa 10 minuti e la registrazione di parametri quali pressione arteriosa, frequenza cardiaca, colesterolo, massa corporea, circonferenza addominale e abitudini di vita, è stato possibile prevedere il rischio di sviluppare malattie cardiovascolare nei dieci successivi al controllo.

Cuore pulsante della campagna, la Casa della prevenzione, a pochi passi dal Palazzo dei Diamanti, simbolo della Città, «in cui – come ci racconta Roberto Ferrari, Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Ferrara e coordinatore scientifico di del progetto – insegniamo a cucinare in modo salutare, calcoliamo la carta del rischio, facciamo counseling con psicolgi per cercare di ridurre il tabagismo». Perché, e su questo non ha dubbi: «La prevenzione è una cultura da inculcare nei cittadini. Di nostro, non ce l’abbiamo».

Professore, in che consiste ‘Ferrara città della prevenzione’?

E’ un progetto dell’Università di Ferrara cui lavorano le dodici facoltà che la compongono perché la prevenzione non la fa solo la facoltà di medicina, ma la fanno gli ingnegneri – disegnando un palazzo in modo appropriato; la fanno gli architetti – progettando spazi con la giusta quantità di verde; i fisici – che a Ferrara, ad esempio, hanno prodotto brevetti sul fotovoltaico (è la città con maggior energia pulita ottenuta grazie a questi brevetti); la fa la chimica producendo sensori che misurano l’inquinamento dell’aria; o l’agraria che qui produce frutta e verdura, come l’industria ittica col suo pesce azzurro che è ricco di omega3: molto importante per noi cardiologi per la prevenzione dell’infarto e la riduzione del colesterolo.

Ferrara ha dunque caratteristiche peculiari che la rendano adatta a questa inziativa?

Sembra fatta apposta per la prevenzione perché a Ferrara si va in bicicletta, perché ci sono dodici chilometri di mura medioevali dove la gente va a correre, dove ci si muove. A Ferrara, non a caso, si organizzano passeggiate ‘del cuore’ con le persone in età preventiva, tra i quarante e i cinquant’anni.

Finora, quante persone avete coinvolto?

Migliaia. Abbiamo calcolato la mappa del rischio a tutti i dipendenti dell’università (oltre mille) – tutta gente che ha poi sensibilizzano i propri parenti spingendoli verso un controllo. Stesso lavoro lo abbiamo fatto con tutti dipendenti dell’ospedale di Cento; ai visitatori di mostre (settemila persone).

Una catena virtuosa, dunque. Ma, nell’insorgere di patolodie, pesa di più lo stile di vita o il dna, e quindi la familiarità?

Le scelte che facciamo tutti i giorni modificano il corso delle nostre vite, tant’è che il questo progetto prevede di insegnare la prevenzione all’università perché, anche oggi, si insegna a curare e non a prevenire. Formiamo medici che considerano la prevenzione quasi come una diminutio, perché sono stati istruti a trattare la malattia, una volta che ha preso il sopravento sul malato, non a giocare d’anticipo. Questo è un concetto sbagliatissimo: la prevenzione è tutto. E’ una cultura da inculcare nei cittadini, perché non ce l’abbiamo dentro. Pensate che la prevenzione assorbe appena il 3% della spesa pubblica – niente – e che le epidemie non si sono mai risolte coi farmaci ma, sempre, con interventi sociali, culturali, sulle condizioni di vita: la sifilide, la tubercolosi. E noi ora siamo in un’epidemia di malattie cardiovascolari e oncologiche.

Quindi, quella di Ferrara, è un’iniziativa esportabile?

Il mio augurio è che venga replicata in tutta Italia. E’ ovvio che a Ferrara, città piccola e di provincia, dove c’è un’unica cardiologia e un’unica oncologia, è più facile farlo. Sono progetti che devono coinvolgere una grossa serie di attori. Una buona pratica di prevenzione da applicare da subito? Muoversi il più possibile, mettersi a tavola e mangiare la metà di quello che vorremmo fare e smettere di fumare.

di Giada Valdannini

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