Charlotte Rampling, Coppa Volpi a Venezia: «L’Italia, mia fonte d’ispirazione»

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«L’Italia è da sempre la mia più grande fonte d’ispirazione. Sono venuta qui a 22 anni a girare il mio primo film con Gianfranco Mingozzi e da allora ho lavorato con grandi registi italiani. Se sono qui stasera a ricevere questo premio lo devo proprio all’Italia». Con sguardo umido e voce chiara Charlotte Rampling, Coppa Volpi alla 74. Mostra del Cinema di Venezia per la stoica interpretazione di Hannah – opera seconda di Andrea Pallaoro (quarto film italiano in concorso al Lido) – sorride alla giuria, e a Jasmine Trinca, che materialmente le consegna uno tra i premi più “pesanti” del festival. Poi la star britannica ringrazia per l’onore ma soprattutto ripete «grazie Italia, mia assoluta fonte d’ispirazione» dice con la mano sul cuore, citando i suoi maestri del cinema Luchino Visconti, Liliana Cavani, Adriano Celentano, Gianni Amelio, Giuseppe Patroni Griffi.  Fino al giovane Andrea Pallaoro. «Voglio ringraziare Andrea per aver girato questo film e avermi scelta per interpretarlo. Per me che faccio parte della “vecchia generazione” è molto importante ricevere un premio così prestigioso per un film girato da lui, che fa parte della nuova generazione. Sento che la mia vita oggi è più connessa, perciò grazie a questo festival, e grazie a tutti».

Con la Coppa Volpi sollevata in segno di vittoria la Rampling saluta il pubblico. Che la ama incondizionatamente dai tempi de La caduta degli dei di Visconti e Il portiere di notte della Cavani. Nel diluvio di flash, anche la giuria capitanata da Annette Bening si alza per rendere omaggio alla 71enne attrice che, in quest’ultima prova cinematografica, non si è risparmiata (per lei anche una scena di nudo nello spogliatoio di una piscina, ndr). Un ruolo impegnativo per la Rampling, presente in ogni inquadratura del film per raccontare, in punta di piedi, la parabola di una donna che perde i suoi punti di riferimento. Dopo l’arresto del marito, Hannah vede il proprio mondo interiore sgretolarsi intorno a sé. Un crollo intimo che traspare solo da gesti composti e dagli sguardi inquieti dei rari momenti di cedimento. Pallaoro, già autore di Medeas, ha modellato sugli zigomi di Charlotte Rampling un personaggio indimenticabile.

rampling hannahDialoghi rarefatti scandiscono una storia da scoprire, sequenza dopo sequenza. Perché il marito di Hannah è in carcere e la donna si nasconde dai vicini? E soprattutto, perché suo figlio non vuole avere più niente a che fare con lei e le impedisce di vedere il nipote? L’ombra del dubbio, un sospetto annichilente e impronunciabile – pedofilia -, si allunga sulla sua esistenza: chi è davvero il marito e perché lei sembra l’unica disposta a crederlo innocente? Il film offre degli indizi alle tante domande, ma le risposte in fondo si dimostrano ininfluenti. Al centro dello schermo resta Hannah:  una donna come tante. Una vita scandita dal lavoro e dalle uscite col cane, il bucato da stendere e i fiori da comprare. L’impegno per ricostruire una quotidianità minata dal sospetto diventa lo sguardo dello spettatore. E a sostenere lo script restano solo la maschera espressiva della Rampling, filmata in ogni sua sfumatura. Al suo personaggio, l’attrice britannica dona la maturità di una donna che tenta di sopravvivere alla propria tempesta interiore senza scene madri. E’ stato un lavoro difficile, chi l’ha aiutata in questo? «Mi sono sentita protetta da Pallaoro – spiega la Rampling – in questi tre anni (dalla lettura del copione alla realizzazione del film, ndr) tra me e Andrea è nata una vera amicizia».

Sono oltre cento i film girati da quest’attrice straordinaria che, spesso, viene ricordata per il ruolo di Lucia: l’ebrea sopravvissuta al campo di concentramento che incontra il suo aguzzino in un albergo di Vienna. Cosa ne pensa? «Il cinema è questo – sorride disarmante l’attrice – è vivere in un continuo presente. È tutto dentro di te allo stesso tempo, e per sempre. Sono troppo vecchia per essere Lucia fisicamente, ma sento che lei continua a lavorarmi dentro. La psiche non ha età». Quello di Hannah è stato un ruolo difficile da sostenere? «No, questo è ciò che amo di più fare: pochi dialoghi e un buon rapporto con la cinepresa. Se alla macchina da presa piace un volto, in fondo non serve fare molto altro: si entra in contatto con lei e si crea un rapporto speciale. Con Hannah, invece, ho costruito il rapporto giorno per giorno: e una volta in scena lei ha fatto tutto da sola». Non sapremo mai – e il bello forse è proprio questo – dove finisce l’attrice e inizia il personaggio. Ma a Tessa Charlotte Rampling, professionale e umanissima, va il nostro grazie per avere avuto ancora una volta il coraggio di una scelta professionale forte e controcorrente. «Ho voluto sentirmi vicino a lei, tenerle la mano, incoraggiarla, rassicurarla – scrive Andrea Pallaoro nelle sue note di regia -. Più di ogni altra cosa ho voluto che il mondo la vedesse, percepisse il suo dolore e che assistesse al suo sforzo di ridefinirsi e riconoscersi, da sola, prima di scomparire».

Di Alessandra Miccinesi

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