Belgrado: tra le baracche dei rifugiati

0
Belgrado per 50ePiu _ ROMINA VINCI Belgrado 2017_32

Arrivo nelle baracche di Belgrado in un pomeriggio di fine aprile. Non è stato difficile trovare questo luogo perché si trova proprio dietro la stazione ferroviaria della capitale serba. Davanti a me una serie di capannoni malmessi.  E’ qui che da più di un anno milleduecento persone vivono, anzi sopravvivono, nell’attesa di riuscire ad attraversare il confine croato o ungherese ed entrare nell’Unione Europea. Sono sopravvissuti ad un inverno che in questi luoghi ha toccato anche i meno venti gradi.

Belgrado per 50ePiu _ ROMINA VINCI Belgrado 2017_46«Fa freddo, bruciamo la plastica per scaldarci, e l’aria che respiriamo è veleno. Siamo venuti in Europa perché non abbiamo avuto altra scelta, speravamo di cambiare le nostre vite, di costruirci un futuro, ed invece stiamo perdendo solo tempo. Non abbiamo i documenti, non  lavoriamo, non andiamo a scuola. Qui è un inferno, e noi siamo il diavolo».  Abdul ha 26 anni, ed in Afghanistan lavorava come interprete per gli americani, che poi si sono dimenticati di lui, quando è stato minacciato dai talebani e costretto a fuggire. «In questo deposito non abbiamo mai visto le grandi Ong internazionali, ci hanno detto che non è concesso loro, ad aiutarci ci sono solo piccole associazioni e singoli volontari, a volte ci portano della legna da bruciare, ma non è abbastanza. Ognuno di noi ha provato ad attraversare il confine almeno quattro o cinque volte – racconta Abdul – siamo sempre stati catturati e rispediti indietro.  Adesso proviamo a raggiungere solo il confine con la Croazia, non più quello con l’Ungheria. La polizia ungherese usa i cani per morderci, veniamo picchiati, derubati dei nostri soldi, privati delle scarpe e costretti a tornare indietro scalzi. E poi, se fai la richiesta di asilo,  ti mettono nei campi detentivi, dai quali non puoi uscire. Ti mettono in prigione, sì, in prigione, ma è un reato scappare dalla guerra?».

Belgrado per 50ePiu _ ROMINA VINCI Belgrado 2017_35L’aria che si respira nel capannone è malsana, a pochi passi da Abdul c’è una fila di materassini rossi, e sopra ci sono arruffate delle coperte grigie.  I più fortunati sono riusciti ad avere delle piccole tende colorate, vi dormono dentro in 2-3 .  I raggi del sole penetrano prepotenti dalle vetrate rotte che si trovano in alto, quasi a scalfire il silenzio e a ricordare che la privacy qui è solo una chimera,  e chiunque può entrare, da un momento all’altro.

Esco dal capannone e proseguo lasciandomelo alle spalle, e trovo delle strutture un po’ diroccate, abbellite da murales e scritte in vari colori che inneggiano alla pace, all’inclusione, al diritto delle persone di vivere in un luogo sicuro.  A pochi metri c’è un piccolo focolare, sul fuoco un grande bacile. «E’ l’acqua che usiamo per farci la doccia – mi spiega Rashid, un quindicenne afghano  che parla un inglese più che dignitoso. – La scaldiamo al fuoco e poi ci laviamo due alla volta, così ci aiutiamo a vicenda. Adesso la situazione è migliorata, ma qualche mese fa con la neve non potevamo neanche accendere il fuoco, sono stato più di un mese senza lavarmi», racconta.  E come Rashid  sono tantissimi i minori non accompagnati, che vivono abbandonati in questo luogo.

Belgrado per 50ePiu _ ROMINA VINCI Belgrado 2017_53Davanti al primo magazzino c’è sempre un via vai di gente. Un piccolo generatore di corrente consente ai ragazzi di caricare i loro telefoni, e poi qui c’è No Name Kitchen, un gruppo di volontari spagnoli che ogni giorno porta gli ingredienti per preparare pranzo e cena, e cucinare insieme agli ospiti del campo. Si distribuiscono quotidianamente migliaia di pasti, e nell’attesa si improvvisa sempre una partita a cricket o una gara a palla avvelenata.

E’ qui che incontro Bazgar, un uomo afghano, alto e distinto, sordo muto. I ragazzi mi invitano ad intervistarlo, io sono un po’ intimidita , mi sento inadeguata, perché non conosco la lingua dei segni, ma loro insistono,  e così mi avvicino.  Bazgar porta con se un blocchetto di carta, è questa la sua lingua, la chiave per far arrivare i suoi messaggi. Mi spiega che in Afghanistan lavorava come insegnante, che si trova a Belgrado da cinque mesi e gli piacerebbe arrivare in Svizzera. Mi fa capire che qui la situazione è molto critica, senza i servizi minimi anche l’igiene è un problema, e che la polizia ungherese non si è comportata bene nei suoi confronti.  Mi soffermo a guardarlo e penso a quanto lui si debba sentire solo, in un mondo con il quale fatica a comunicare, un mondo che oltretutto lo respinge e lo considera un “illegale».

«Ci sono 8 mila richiedenti asilo nei centri governativi in Serbia. Nessuno è obbligato a vivere nelle Baracche, i ragazzi potrebbero andare nei campi governativi e iniziare la trafila per ottenere lo status di rifugiato, ma non lo fanno, perché non vogliono rimanere in Serbia.  Hanno paura di avere meno libertà di muoversi, e soprattutto di essere trasferiti nei campi governativi nel sud del paese, e da lì poi essere rispediti in Macedonia». A parlare è Samuel Horn di Refugee Aid Serbia, una piccola onlus che aiuta i profughi e che ha lanciato l’ Odyssey Project  un progetto di crowdfunding per dare vita ad un viaggio itinerante lungo la rotta dei migranti, promuovendo workshop, eventi musicali e di sensibilizzazione nelle varie tappe. «Il governo serbo, lasciando in piedi questo edificio dismesso, sta dando ai profughi la possibilità di scegliere se vivere in una maniera più decorosa nei campi ufficiali, oppure rimanere in questa situazione precaria. Ma sappiamo bene – aggiunge Samuel – che è solo una soluzione temporanea, e il governo può distruggere le baracche in ogni momento. Noi ci auguriamo che sarà una decisione ponderata, e che si creino nuovi centri per accogliere queste persone prima di radere al suolo tutto, ma temiamo che non sarà così».
E la previsione di Samuel si è avverata: lo scorso 11 maggio la polizia serba è entrata nelle baracche distruggendo tutte le tende e buttando fuori oltre mille ragazzi, l’indomani dei mezzi corazzati hanno raso al suolo tutti gli edifici. Dalla stazione di Belgrado sono partiti vari pullman che hanno portato i profughi nei centri governativi sparsi in tutto il paese. Ma secondo l’Unhcr almeno quattrocento persone hanno fatto perdere le proprie tracce.

testo e foto di Romina Vinci

No comments

978-88-481-3290-9

Invecchiare in salute

Dopo l’età adulta, vivere sereni, in sicurezza adottando un corretto stile di vita diventa una priorità. Il libro “Invecchiare in salute a casa” propone consigli e suggerimenti ...