Altro che polimeri!

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Gli oggetti in plastica che usiamo tutti i giorni sono già al Museo. Alla Fondazione  Plart, la storia, carica di futuro, dei polimeri

Una raccolta singolare. Oggetti di celebri designer, ma anche non. Tutti rigorosamente  in plastica – lo avreste pensato?  – hanno guadagnato il futuro accolti nel 2008 alla Fondazione Plart, a Napoli, in mille metri quadri di un palazzo nobile, al civico 48 di via Giuseppe Martucci, a due passi dalla Riviera di Chiaia.

E ciò grazie alla lungimiranza di Maria Pia Incutti, un passato imprenditoriale nel gruppo industriale Paliotto, collezionista da sempre di opere d’arte contemporanee e prima nel territorio del collezionismo ad avventurarsi nell’eclettica famiglia dei polimeri. Ovvero della plastica, così come la chiamiamo comunemente. Che, nelle sue infinite declinazioni e applicazioni, invade la nostra esistenza quotidiana (dalle abitazioni allo aerospazio) da un secolo e mezzo, eppure la percepiamo così contemporanea da sembrare apparsa oggi.

L’adoperiamo, la indossiamo, la gettiamo, la differenziamo, la ricicliamo, ma raramente ci soffermiamo sulla, ormai lunga, storia, della materia simbolo della modernità, nonché emblema nel nostro Paese del “boom economico” degli anni Sessanta e del prestigio del “made in Italy” in tutto il globo.

Una storia rappresentata al Plart attraverso oggetti anonimi e d’uso quotidiano, nonché opere di talenti globali del design dell’epoca d’oro (anni Cinquanta/Settanta) e contemporaneo.

Duemila pezzi, ovviamente esposti a rotazione.

Scopriamo manufatti (set da toletta, fregi, candelieri, portasigarette…) in bois durci, parkesina, celluloide, galatite: plastiche presintetiche di ottocentesca memoria, rare e  quasi introvabili altrove. Al pari della bakelite, la prima plastica sintetica, brevettata all’inizio del secolo successivo, nel 1907.

Ritroviamo altresì i semplici oggetti che affollano tuttora le nostre case o che abbiamo relegato in soffitta (giradischi, radioline, vinili) oppure giocattoli archiviati nei ricordi d’infanzia (tra i tanti, Calimero) o che divertono bambini e bambine, ormai da generazioni, come la leggendaria Barbie (1959) o i mattoncini Lego.

Ma non mancano accessori di moda femminile: pettini e ventagli, borsette e gioielli “preziosi” perfettamente imitati.

multimedialeInfine, una miriade di oggetti che del design hanno fatto la storia: il Sassofono di Hector Sommaruga del ’50, le lampade Ufo del ’57 di Ettore Sottsass e Passiflora,  la dormeuse a forma di Capitello inclinato dello Studio 65, l’attaccapanni-Cactus di Guido Drocco e Franco Mello, la seduta Farfalla e il tappeto Pavé Piuma di Piero Gilardi, per citarne solo alcuni.

Non solo salvaguardia del patrimonio passato: il Plart è un progetto culturale che si nutre di innovazione e creatività.

«La linea culturale della Fondazione – ci racconta Maria Pia Incutti, che ne è la presidente – si muove attorno a due polarità fortemente connesse: la conservazione (e il restauro) della collezione di plastiche storiche e la proiezione dei materiali polimerici nel nostro tempo, con una costante attenzione sulle nuove espressioni del design sperimentale ed ecosostenibile».

Infatti il Plart, riconosciuto dal ministero dei Beni culturali museo (privato) di interesse pubblico, si arricchisce  di continuo di nuove creazioni firmate da celeberrimi designer contemporanei: Tom Dixon, Sonia Biacchi, Wanda Romano, il duo Formafantasma, Sander Bokkinga, Felix Policastro, Riccardo Dalisi e altri. Ed ospita nei suoi spazi mostre, incontri, programmi educativi, un laboratorio ludico-creativo, con l’intento di diffondere una cultura dei polimeri consapevole e rispettosa dell’ambiente.

In sintonia con il filo conduttore del percorso museale Da un mare di petrolio a un campo di girasoli, che racconta l’evoluzione delle plastiche da quelle più tradizionali, derivate dal petrolio, alle bioplastiche, prodotte con materie vegetabili rinnovabili. E dopotutto… sono solo polimeri?

di Paola Stefanucci 

 

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