Alla Mostra del cinema di Venezia, la carica degli over 50

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Mai così tanti divi al Lido. La 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, verso le battute finali – con la consegna sabato 9 dei prestigiosi Leoni d’oro – quest’anno ha fatto il pieno di star, riempiendo il tappeto rosso di celebrities. A partire dai due Leoni d’oro alla carriera, Jane Fonda e Robert Redford, leggende della celluloide tornate sul set a 80anni per coronare la loro profonda amicizia. Da tempo al Lido non si vedeva un parterre così altisonante, che ha affiancato star intramontabili come Michelle Pfeiffer e George Clooney ai versatili Matt Damon e Javier Bardem, Frances McDormand e Helen Mirren, Donald Sutherland e Stephen Frears, Judy Dench e Michael Caine, Valeria Golino e Gianni Amelio, Paolo Virzì e Patrick Bruel, Jim Carrey e Penelope Cruz, fino alla coppia glam Darren Aronosfky e Jennifer Lawrence. Più 13,66% di biglietti venduti e più 17,3% di abbonamenti dimostrano la crescita tangibile di un festival antico ma giovanissimo nell’anima. Una vittoria annunciata, per il presidente della Biennale Venezia Paolo Baratta e per il direttore del festival Alberto Barbera, che hanno saputo conciliare un programma di qualità con un parterre da sogno.

Da una prima occhiata ai titoli e agli interpreti, il dato che salta agli occhi è l’età dei protagonisti, che spesso si attesta oltre i 50. Vera e propria età dell’oro, anche al cinema. Come a dire che, nonostante le chiome grigie, i famigerati “anta” non sono più l’anticamera della pensione ma un punto di ripartenza. Soprattutto per le attrici, fino a qualche anno fa relegate in ruoli “naftalina” di vecchie nonne o catatoniche zie. «I film che proponiamo sono la percezione del futuro, l’indicazione di una o più vie che si aprono sul domani» diceva nel suo discorso di apertura il direttore Barbera, a sottolineare che è anche dall’età matura che riparte il futuro. «Continuiamo ad essere punto di riferimento per la presentazione di opere che rappresentano momenti artistici e poetici degni di attenzione» sottolineava Baratta. Tant’è. Sta di fatto che è proprio dalle prove delle star ultra cinquantenni, e dalle sceneggiature degli autori ‘maturi’, che sono arrivati i risultati migliori alla Mostra.

leisure seekerE’ successo per il primo commovente film italiano in concorso The Leisure Seeker di Paolo Virzì (dall’omonimo romanzo di Michael Zadoorian; in sala da gennaio con 01 Distribution) interpretato dalla coriacea Helen Mirren e da un fulgido Donald Sutherland. Film on the road dal Massachusetts a Key West sugli ultimi giorni di una coppia che viaggia a bordo del vecchio camper anni 70. Anziani in fuga dalle cure mediche e dai figli ormai adulti. Ella e John continueranno ad amarsi, nella gioia e nel dolore (la malattia di lui, prof di letteratura smemorato, causa Alzheimer progressivo,e quella di lei minata dal cancro terminale) fino alla fine del tempo che sarà concesso loro. E pazienza se non sarà abbastanza, perché a compensare la voglia di altri attimi e nuovi sguardi sarà la pienezza di un sentimento più consapevole e saggio della passione di gioventù; con la mente cautamente a caccia di dettagli sull’aldilà («chissà com’è lassù, come sarà dopo» si chiedono) che serve a spezzare i silenzi di un viaggio che arriva dritto al cuore. C’è chi vocifera di Coppa Volpi per l’interpretazione della Mirren, Oscar per The Queen nel 2007, la quale a proposito di Ella: «è ingorda di vita, nonostante abbia la fine di fronte e sta in piedi per scommessa. Spero di conservare in me l’energia di questo personaggio. E che anche la mia morte, come la sua, sia piena di risate e amore». Un film inno alla libertà di scegliere come vivere, fino all’ultimo respiro.

Virzì, dopo il successo de Il capitale umano e La pazza gioia, si è concentrato sulla relazione tra due vecchi malati e innamorati, sfornando un ritratto di coppia intimo e buffo, toccante e vero: con la gelosia di lei, per le ex studentesse di John, a compensare i tormenti di lui per un vecchio fidanzato di Ella. Con la certezza di non poter fare a meno l’uno dell’altra, nonostante tutto e nonostante il dolore («non posso ricordare sempre per tutti e due» dice Ella) e i tarli della memoria («Io senza di te? – mormora a John in una delle sequenze più toccanti del film – Ma siamo pazzi»). Intensa anche la prova d’attore di Sutherland, che 41 anni dopo il Casanova di Federico Fellini, torna a girare con un regista italiano. L’attore canadese (180 film all’attivo) confessa di essersi lasciato conquistare dall’estro di Virzì perché «mi è sembrata una persona universale, con una visione straordinaria della verità. Sia a me che a Helen, la sua idea sembrava la migliore al mondo. Perciò abbiamo accettato di girare il film».

Tra le attrici in odore di premio c’è anche la monumentale, Frances McDormand (classe 1957) che brilla per versatilità, forza e ironia. «Finirò nella tomba conosciuta solo per aver girato Fargo, e per tutti  sarò Marge fino alla fine dei miei giorni» scherza coi giornalisti l’attrice premio Oscar nel 1997 proprio per il cult movie diretto dal marito Joel Coen. A Venezia 74  la McDormand ha donato un personaggio indimenticabile: Mildred, una madre in cerca di giustizia per la figlia stuprata e data alle fiamme. Dopo sette mesi di indifferenza, da parte delle forze dell’ordine della cittadina dove vive, la donna si dimostra pronta a tutto pur di arrivare alla verità. Il film – una dark comedy diretta da Martin McDonagh intitolata Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) – mescola riflessione sociale e atmosfere thriller, facendo leva su un sentimento potente, e dolente: sopravvivere alla morte di un figlio.

Come si è calata nel personaggio? «Per diventare Mildred ho parlato con tante persone che hanno subito un lutto: se muore il coniuge diventi vedovo; se a lasciarti è un genitore diventi orfano. Ma se a morire è un figlio non c’è parola adatta a definire tale condizione»sospira l’attrice, che spiega di essersi ispirata al mitico John Wayne per caratterizzare il personaggio, perché «icone femminili che potessero ricondurmi alla tempra di MIldred non c’erano, così ho pensato al Wayne di Sentieri selvaggi». Una performance, la sua, che punta dritta all’Oscar.

«Non ci sono più parti per le attrici sopra i 40» insomma è un refrain non vale più. E non è solo la prova di Frances McDormand a dimostrarlo. Tra le star che, nonostante i ritocchi del chirurgo, conquistano a macinare successo e applausi c’è Michelle Pfeiffer (interprete di Mother giallo familiare con venature horror firmato da Darren Aronosfky, fischiato al Lido). Indimenticabile Elvira in Scarface, gli anni non hanno incrinato il fascino dell’attrice, nata a Santa Ana nel ’58, che quando recita ha ancora paura di «essere una truffa», e nel controverso Mother se la gioca accanto alla luminosa Jennifer Lawrence (eroina di Hunger Games) in un ruolo sexy che – parole sue – alla sua età l’ha divertita e stupita.

0087Bellezza e talento da vendere anche per Valeria Golino, classe 1965, interprete de Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini. Storia di una donna cieca e di un pubblicitario (Adriano Giannini) che incroceranno le loro strade, avviando una relazione intima. Teo, uomo in fuga dal suo passato e dalla famiglia di origine, è un creativo che non stacca mai la spina ma sfugge le responsabilità scivolando via dai letti delle donne con cui passa la notte. Emma, invece, non vedente dall’età di sedici anni, non ha mai ceduto all’handicap, e ha fatto della sua vita una battaglia per la cosiddetta normalità. Una ventata di leggerezza sorprenderà entrambi, ma quel galleggiare soave nell’inaspettata liason li riporterà alle rispettive vite, dove nulla sarà più come prima.

Sul trono delle ultra cinquantenni più ammirate e applaudite c’è però lei, sua maestà Judi Dench, che dopo aver indossato la corona in La mia regina di John Madden (1997) veste di nuovo i panni regali in Vittoria e Abdul di Stephen Frears. Il film, presentato fuori concorso al Lido, è la storia degli ultimi anni della sovrana inglese, che preda del dolore per la morte del marito Albert, intreccia un’amicizia speciale con l’indiano Abdul. «Non avrei mai pensato di vestire ancora i panni della regina Vittoria» ha confessato la Dench in sala stampa. «Sono molto felice di aver avuto la fortuna di poter esplorare una storia così intensa che non conoscevo e che mi ha affascinata. Il rapporto tra Abdul e Vittoria è complesso – chiosa la Dench – e non c’è solo affetto, la regina sente che con lui c’è complicità e comprensione. E’ libera di parlare e imparare senza alcuna costrizione». «Ho letto il più possibile sull’epoca Vittoriana per cercare di capire come calarmi nel ruolo – aggiunge la star di Bollywood, Ali Fazal, che interpreta Abdul – Si tratta di un rapporto spirituale: pur nella enorme diversità culturale lui è stimolante per la regina, i due instaurano un legame all’insegna della crescita reciproca».

 

Di Alessandra Miccinesi

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