A Prato, l’arte contemporanea ci racconta “La fine del mondo”

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centro pecci esterno. foto Ivan D'Al--

Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci riapre i battenti dopo tre anni di lavori, presentando il nuovo edificio a forma di disco volante e un’imperdibile esposizione dedicata a “La fine del mondo”.

No, il bambino della foto non fa parte dell’installazione. È il mio nipotino Mattia, quattro anni, quasi cinque. C’è voluto del bello e del buono per convincerlo a passare oltre e a non riguardare ancora una volta i video dello spagnolo Luis Urculo “Ensayo sobren la Ruina”, con una serie di piccole costruzioni che si autodistruggono, simbolo della fragilità delle umane cose.

Così come c’era voluta una “seduta di convincimento” per fargli capire che no, a uno di quei lupi non si può proprio salire in groppa, anche se nella coinvolgente installazione “Head On” del cinese Cai Guo-Qiang corrono tutti a infrangersi contro una barriera invisibile di vetro (e qualcuno che diriga la forza e il coraggio dei 99 animali a grandezza naturale “verso un obiettivo differente” ci vorrebbe proprio…).

E così come era stato relativamente complesso spiegargli come correre su e giù per il geniale passaggio tra il nuovo e il vecchio palazzo Pecci, “Transcorrendor” del brasiliano Henrique Oliveira, era un oscillare tra una natura impegnata a reimpossessarsi, vitale e positiva, del mondo manipolato dall’uomo e insieme, muovendo all’indietro invece che nella direzione “ufficiale”, un percorso inquieto e claustrofobico verso l’attualità e il cosiddetto ordine.

Oppure convincerlo che sì, era proprio finita la mostra nella grande “sala conferenze” allestita con il titolo “Quarantine” dal polacco Robert Kusmirowski, completamente in bianco e completamente affastellata di oggetti scompagnati alle pareti e sedie diversissime, su una delle quali si era accomodato per “valutare” l’effetto che fa essere immersi dai disegni della luminosità in mancanza di altri colori.

Eravamo a Prato, nel Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, di cui è stata inaugurata da poche settimane la nuova costruzione – una sorta di disco volante sul punto di decollare (o di atterrare), appena ancorato da un tunnel-cordone-ombelicale alla precedente, firmato dal sino-olandese Maurice Nio -, proprio con l’apertura della mostra La fine del mondo. Curata dal direttore Fabio Castellucci secondo un’ottica del tutto condivisibile:«non parte da un concetto o da una teoria da dimostrare, cerca piuttosto, attraverso le opere, di stimolare delle condizioni percettive: considero l’arte un elemento atto a muovere il pensiero, a stimolare un dibattito, quasi un reagente di un’operazione chimica, più che un prodotto capace di dare risposte».

Dopo i tre anni di lavoro, che hanno visto anche il restauro dell’edificio originale di Italo Gamberini del 1988, per una spesa di quasi 15 milioni di euro, i 3.200 metri quadri espositivi sono occupati dalle opere di maestri di tutto il mondo. (Gli altri ospitano una biblioteca di oltre 50mila volumi, gli uffici, un ristorante, un teatro/auditorium all’aperto, il bookshop dove è “obbligatorio” acquisire il magnifico catalogo, che propone tra l’altro una lunga serie di interviste dedicate alla percezione che scrittori, artisti, studiosi, filosofi hanno de “la fine del mondo”.)

Si susseguono, in un percorso affascinante e stimolante, pieno di sorprese e di invenzioni, di richiami e di sollecitazioni, opere del formidabile svizzero Thomas Hirschhorn, che firma l’evocativo varco spazio-temporale “Break Through”, e della mitica cantante islandese Bjork, di cui si ammira un recente videoclip in un doppio megaschermo, dell’architetto Didier Fiuza Faustino e del musicista elettronico Joakim (Bouaziz), entrambi francesi, del nativo americano Jimmie Durham e del cubano Carlos Garaicoa, e via dicendo, punteggiate da “riferimenti” di icone dell’arte del 900: Marcel Duchamp, Pablo Picasso, Tadeusz Kantor, Umberto Boccioni…

Ecco un’esposizione così, che coinvolge tutti i visitatori da subito, dall’iniziale coppia di ominidi di 3,7 milioni di anni fa, gli “Australophitecines” rappresentati in maniera accuratissima da Giovanna Amoroso e Istvan Zimmermann, che ti accolgono al termine della scala mobile di accesso, è un’esposizione importante. Perché mette un po’ tutti sullo stesso piano, grandi e piccini, acculturati e superficiali, costringendo a una revisione critica delle proprie convinzioni.

E perché riesce a farci fare pace con l’arte contemporanea, con la sua concettualità vera o presunta, facendoci dimenticare i buchi e i tagli (ma un “Concetto spaziale. Attesa” di Lucio Fontana c’è), i quadrati neri oppure rossi e gli strappi, e tutte la più varia “Merda d’artista” di manzoniana (nel senso di Piero) memoria.

La fine del mondo

Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci. Viale della Repubblica, 277 – Prato

fino al 19 marzo

Orario: da martedì a domenica 11-23 – lunedì chiuso (la biglietteria chiude alle 22.30). Aperto anche i festivi

Ingresso: € 10 – Ridotto: € 7 (sopra i 65 e sotto i 26 anni, gruppi di almeno 12 persone) – € 5 insegnanti e studenti scuole d’arte

Prenotazioni gruppi: tel. 0574 531840; 06.39967450

 

Per saperne di più: www.centropecci.it

di Raffaello Carabini

 

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